domenica 16 dicembre 2012

Trent'anni di avvelenamento della CAMPANIA

 Trent'anni di avvelenamento della CAMPANIA

Nelle acque marine tra Ischia e il Circeo hanno rilevato cobalto 60 e cesio 137. L'Istituto Superiore di Sanitа ha appurato che proviene dalla centrale.

La Procura di Santa Maria Capua Vetere ha

aperto un'inchiesta. Tra gli indagati Marco Iorio, responsabile della disattivazione della centrale nucleare del Garigliano.

Un fisico nucleare del Centro interforze studi applicazioni militari di Pisa, un fisico della Federico II di Napoli e i sommozzatori della Finanza hanno effettuato prelievi nelle acque del fiume Garigliano, che per legge dovrebbe essere tenuto sotto costante osservazione, ma i controlli che Arpa Campania dovrebbe fare ogni 6 mesi, non vengono effettuati da 7 anni.

La centrale, situata sull'ansa del fiume, venne fermata in seguito ad un'esondazione avvenuta nel novembre 1979, quando l'acqua sommerse gli impianti in funzione e si rischiò la fusione del nocciolo. L'impianto venne chiuso nel 1982, ma 30 anni dopo gli scoli del reattore sono ancora lм e vengono sommersi dall'acqua ogni volta che il Garigliano rompe gli argini.

Il presidente Legambiente di Sessa Aurunca Giulia Casella, spiega che nella centrale sono stoccati circa 3mila metri cubi di rifiuti a media attivitа, la cui radioattività dura alcuni secoli, e sono sepolti 1.100 metri cubi di rifiuti a bassa attività.

C'è anche l'amianto radioattivo: 85 tonnellate derivate dalla bonifica della turbina, oltre a tutto quello estratto dal reattore. Altri rifiuti ancora in attività (dalle tute anti-radiazioni al materiale tecnico) sono sotterrati nel terreno dell'impianto ad una profondità tra i 20 e 50 cm.

Nelle vicinanze dell'impianto, tra la provincia di Caserta e quella di Latina, non c'è una famiglia che non abbia almeno un caso di tumore. Casi di malformazioni ed ermafroditismo nei bambini, vitelli macrocefali o nati senza una zampa, pulcini che ne avevano tre.

Nel settembre del 2012 una lucertola con due teste è stata catturata nella piazza principale del paese casertano, Tora e Piccilli, a pochi km dalla centrale.

di Carmen Corrado

Fonte: http://www.greenenergyjournal.it/index.php/42-notizie-green/175-trent-anni-di-avvelenamento-della-campania

venerdì 14 dicembre 2012

Sarpa (pesce del mese )

La Sarpa salpa delle praterie di Posidonia del Mediterraneo

La Sarpa salpa è un pesce, appartenente alla famiglia delle Sparidae. Vive nelle acque salate del Mar Mediterraneo e dell’Atlantico, ma anche sulle coste del Congo, Madera e Stretto di Gibilterra.[...]
Sarpa salpa
La Sarpa salpa è un pesce, appartenente alla famiglia delle Sparidae. Vive nelle acque salate del Mar Mediterraneo e dell’Atlantico, ma anche sulle coste del Congo, Madera e Stretto di Gibilterra. Trova il suo habitat ideale fino a circa 70 metri di profondità con fondali rocciosi o sabbiosi. La Sarpa salpa vive preferibilmente lungo le coste, dove trova nutrimento e rifugio nelle praterie di Posidonia oceanica.
La Sarpa salpa si presenta con il corpo allungato, caratteristica degli Sparidae, che può raggiungere i 50 cm. di lunghezza, coperto da grosse squame. Il dorso e il ventresono convessi con una coda bilobata di colore bruno. Ha una dentatura abbastanza possente, in grado di brucare l’erba e le alghe marine. La Sarpa ha una colorazione grigio-azzurro che diventa argentata lungo i fianchi, barrati da una decina di strisce dorate ed orizzontali. Alla base delle pinne pettorali presenta una macchia nera.
Il capo della Sarpa è piccolo e l’estremità è ottusa, corta ed arrotondata, con la mascella superiore leggermente più prominente dell’inferiore.
Possiede una pinna dorsale e una pinna anale, la pinna caudale è forcuta.
La Sarpa salpa è una specie ermafrodita, infatti alla nascita è maschio e si trasforma successivamente in femmina. Si riproduce in primavera e durante l’autunno. La sua alimentazione è composta indifferentemente di alghe e di crostacei. La sarpa vive in branchi molto numerosi e compatti, che si muovono a scatti. E’ di indole piuttosto timorosa e difficili da avvicinare. Nonostante questo, finisce spesso nelle reti dei pescatori e abbocca con facilità alle lenze dei pescatori sportivi. La sua carne, vuoi per la dieta alimentare a base soprattutto di alghe, non è però molto saporita e rinomata.

lunedì 19 novembre 2012

l’etanolo, miscelato alla benzina o allo stato praticamente puro, viene sfruttato come carburante per le auto.



Da noi non è molto usato, ma ci sono dei paesi nei quali l’etanolo, miscelato alla benzina o allo stato praticamente puro, viene sfruttato come carburante per le auto.
Questo avviene soprattutto in Brasile e Argentina, dove la crisi del petrolio degli anni 70 spinse le case automobilistiche a costruire i cosiddetti motori flex, capaci di andare sia in miscela che solo a etanolo o benzina. Le miscele più comuni hanno una percentuale inferiore al 25% di etanolo e vengono classificate con EXX, dove le XX sono la percentuale di etanolo (es.: E5, E10, E25)
Parliamo ora di alcuni miti o leggende sull’uso di queste miscele.
1. La miscela E10 scalda maggiormente il motore delle auto
La miscela E10, forse la più comune in quanto non richiede modifiche al motore, grazie all’etanolo brucia a temperatura più bassa rispetto alla sola benzina, brucia meglio dato l’alto numero di ottani e aiuta i motori a resistere alla detonazione, permettendo rapporti di compressione più elevati. Miscele di etanolo sono usate spesso nella gare automobilistiche, tipo la formula Indy.
2. L’E10 è dannoso per gli iniettori di carburante
Non dovendo essere modificato, il motore può supportare tranquillamente la miscela benzina-etanolo, senza quindi problemi per gli iniettori. Inoltre come già detto, l’etanolo brucia meglio e non lascia residui, a differenza della benzina. Infine sono presenti additivi messi per pulire gli iniettori e salvaguardare le valvole.
3. L’etanolo diminuisce sensibilmente il chilometraggio
Secondo uno studio della American Coalition for Ethanol, è vero che la presenza di etanolo nella benzina ne riduce il chilometraggio complessivo, ma appena di un 2.2%.
4. L’E10 non può essere usato nelle vecchie automobili
Come già accennato nei punti 1 e 2, non dovendo modificare il motore la miscela va bene anche su macchine vecchie. Inoltre, per chi non fosse convinto, basta pensare al fatto che le vecchie auto andavano con la rossa, la benzina al piombo poi tolta dal mercato. Il piombo viene aggiunto alla benzina in quanto fornisce il numero di ottani necessari per garantire buone prestazioni del motore. Tuttavia, quando piombo fu gradualmente eliminata, le compagnie petrolifere hanno dovuto produrre benzina senza piombo. Ma per quanto riguarda il numero di ottani? Per mantenere il livello di ottani della benzina alla pari, le compagnie petrolifere hanno dovuto aggiungere alcuni additivi. Lo stesso vale per il caso dell’ E10. L’E10 è migliore perché il contenuto di etanolo può aumentare il numero di ottani di tre punti percentuale. Inoltre l’additivo è tutto naturale e, come tale, può funzionare bene anche su motori più vecchi, che anzi potrebbero trarre giovamento dalla miscela perché l’etanolo può sciogliere lo sporco accumulato nel serbatoio.
5. L’E10 non può essere utilizzato in motori più piccoli.
Secondo Jaal Ghandhi, un professore di ingegneria meccanica presso la University of Wisconsin–Madison, l’E10 può essere utilizzato nei motori di piccole dimensioni. E’ sicuro da utilizzare in applicazioni di piccola cilindrata come quelli di falciatrici e barche. Inoltre può essere utilizzato anche in moto con motori 4T. Difatti secondo il signor Julius Argana dell’Engineering Department della Kawasaki Philippines, tutti i loro modelli di moto sono compatibili con la benzina E10.
Ormai qui in Italia l’etanolo non ha mai attecchito e ora si punta decisamente ad auto con sistemi propulsivi ad emissioni zero come i motori elettrici o ad idrogeno, ma non si sa mai cosa possa riservarci la vita, e sapere certe cose potrebbe esserci sicuramente utile.

Fonte: http://energialibera.studenti.it/2010/11/06/un-efficace-carburante-per-le-auto-etanolo/

lunedì 12 novembre 2012

È sano dormire col cane o col gatto?




Si può fare, a patto di seguire alcune semplici regole igieniche. L’animale domestico può essere infatti veicolo di parassiti, come pulci e zecche, dannosi alla salute. Per evitare che si trasmettano al padrone, cosa che può comunque succedere anche se non si dorme insieme, è bene usare antiparassitari e verificare con scrupolo che l’animale ne sia privo. Un’altra norma fondamentale è che l’animale sia vaccinato e controllato regolarmente dal veterinario per escludere che abbia malattie.
(Gli animali domestici più strani del mondo - Cani alla riscossa)

Vietato a...
Chi soffre di allergia dovrebbe invece evitare di far salire cani e gatti sul letto, così come chi ha il sistema immunitario compromesso a causa di altre malattie. Anche bambini e anziani, di norma più esposti alle infezioni, non dovrebbero condividere il letto con gli animali.
(Belve di casa, la gallery dei lettori)
 http://www.focus.it/

martedì 6 novembre 2012

L' Anguilla ( pesce del mese )

L'anguilla Anguilla anguilla Linnaeus, 1758

Descrizione - Corpo serpentiforme, subcilindrico, nella parte anteriore che si comprime in senso laterale nella parte posteriore. Capo conico, in alcuni individui più largo e appiattito. Muso appiattito nella parte anteriore con mandibola più lunga della mascella superiore. Bocca di medie dimensioni, con mandibola più o meno prominente. I denti sono conici, tutti uguali, inseriti su entrambe le mascelle e sul vomere. Due paia di narici, quelle anteriori sono tubolari e poste in posizione molto avanzata. Occhi piccoli, in posizione arretrata rispetto all'apertura della bocca ed al di sopra della medesima. Fessura branchiale stretta, posta immediatamente avanti all'inserzione delle pinne pettorali. Tutte le pinne sono,costituite da raggi molli. Lunga pinna dorsale, con origine a circa metà della distanza tra l'apice delle pettorali e l'ano; pinna anale lunga, con origine posta davanti alla metà della lunghezza del corpo; entrambe confluiscono formando la pinna caudale. Pinne ventrali assenti. Pinne pettorali normalmente sviluppate. Scaglie molto piccole, di forma ellittica, in genere sono poco evidenti perché nascoste da uno spesso strato di muco. Pelle viscida, per abbondante secrezione delle ghiandole mucipare di cui è ricca l'epidermide. Colorazione variabile in rapporto all'habitat ed allo stadio di sviluppo. Varia da bruno verdastra a bruno scura sul dorso, gradualmente più chiaro sui fianchi, con ventre bianco o giallastro. L'aspetto degli occhi e la colorazione variano quando l'anguilla raggiunge la maturità sessuale. Le anguille che stanno iniziano la migrazione riproduttiva mostrano colore più scuro sul dorso e argenteo sul ventre, Taglia medio-grande, con lunghezza totale delle femmine fino a poco meno di 100 cm e peso fino a quasi 2 kg; in casi eccezionali la taglia può essere superiore: fino a 150 cm e 6 kg. I maschi generalmente non superano 50 cm e 200 g.
Habitat - Allo stadio larvale l'anguilla è un pesce di profondità, dato,che la nascita ha luogo all'incirca a 1000 metri di profondità; le larve però si avvicinano alla superficie e compiono il loro viaggio,da 300 a 50 metri dalla superficie, comportandosi perciò come pesci pelagici. In mare l'anguilla è un pesce di fondo, preferisce i fondi melmosi e sabbio-melmosi e la si può trovare nelle praterie a posidonia costiere, presso porti o porticcioli che possono offrire un riparo durante le mareggiate. Da adulto abita indifferentemente le acque salate, salmastre e dolci, spingendosi fino a 1000 metri sopra il livello del mare. Si incontra anche nelle lagune salmastre, alle foci dei fiumi, in qualunque corso d'acqua, sia esso fiume, canale, fosso o addirittura fogna cittadina, nei laghi, negli ,stagni, nelle paludi e perfino nel pozzi. Sembra che siano i soggetti di sesso femminile ad addentrarsi maggiormente nell’entroterra, popolando laghi, fiumi, stagni. I maschi tenderebbero più frequentemente ad arrestarsi nel tratto inferiore dei corsi d'acqua e in acque lagunari, se non addirittura nelle acque marine costiere. Rispetto alle caratteristiche fisiche dell'acqua, l'anguilla tollera agevolmente variazioni, di salinità, temperatura e pressione. Sopporta abbastanza bene le basse concentrazioni d’ossigeno; in condizioni estreme può uscire dall'acqua e sopravvivere a lungo, in ambienti sufficientemente umidi, sfruttando le sue possibilità di svolgere una respirazione cutanea resa possibile da un'ampia vascolarizzazione della pelle.
Alimentazione e abitudini - L'anguilla si adatta a diverse condizioni ecologiche, distribuendosi durante la fase di sviluppo nelle acque interne, dalle zone salmastre fino ai torrenti di montagna e colonizzando ogni tipo di ecosistema acquatico. Durante la risalita riesce spesso a superare gli eventuali ostacoli, a volte uscendo dall'acqua e aggirandoli. L’anguilla è un pesce di fondo che preferisce substrati molli nei quali infossarsi durante i periodi freddi, ma che si adatta anche a fondi duri nei quali siano presenti anfratti e nascondigli. In assenza di nascondigli, l'anguilla si scava caratteristiche buche nelle quali ripararsi. Questo pesce non ama la luce, si muove in cerca di cibo specialmente al calar del sole fino alle prime ore del mattino e resta infossata nel fango durante le ore più calde del giorno. D'inverno si nutre pochissimo preferendo starsene infossata nel fondo. Questo comportamento è riscontrabile soprattutto nelle acque dolci; in acque salate è alquanto diverso, dato che si muove anche di giorno, specie se l'acqua è torbida, e anche nella stagione invernale. La sua attività è massima nelle ore di alta marea. La permanenza nelle acque interne è di circa 8-15 anni per i maschi e di 10-18 anni per le femmine. In pratica mangia di tutto; anellidi, molluschi, crostacei, larve di insetti, pesci, ecc. In particolare, le anguille di lunghezza minore di 350 mm e peso minore di 30 g, predano di preferenza crostacei di piccola taglia e larve d’insetti. Le anguille di taglia superiore si cibano più frequentemente pesci e, tra i crostacei, decapodi, isopodi e anfipodi più grandi.
Riproduzione - La specie è migratrice catadroma e quindi - fra l'autunno e l'inizio dell'inverno, ma talvolta anche in primavera - le anguille "argentine" (cioè adulte), "maretiche", se femmine, "capitoni", se maschi, calano in mare e, percorrendo probabilmente 15-40 km al giorno, migrano fino al Mare dei Sargassi, zona della loro riproduzione (nell'Atlantico centrale, fra i 50-65° di longitudine Ovest, e fra i 20-30° di latitudine Nord, ad una distanza di circa 4-7 mila km dalle regioni europee e nord-africane nelle quali la specie si sviluppa). Si pensa che ogni femmina possa emettere - in acque relativamente calde e fino alla profondità di 1000 m - da 1 a 6 milioni di uova del diametro di 1-3 mm, che schiudono solo se la temperatura è superiore ai 20 °C. Dopo la fregola gli adulti muoiono e le larve cominciano a spostarsi gradualmente verso oriente - grazie all'aiuto della Corrente del Golfo e di quella Nord-Atlantica - sino a raggiungere, dopo circa 3 anni, le coste europee e africane.
Valore economico - L'anguilla rappresenta una delle più importanti specie per la pesca e l'acquacoltura. In Italia la risalita naturale delle "cieche" è più abbondante nelle acque delle coste occidentali della penisola, rispetto a quelle orientali. Fino a pochi anni fa una notevole quantità di "cieche" catturate negli estuari tirrenici nel corso della loro montata in acque interne era commerciata per il consumo; oggi, la diminuzione notevole registrata nell'afflusso di queste forme giovanili ha convinto a porre un freno a questa abitudine. L’anguilla ha carni buone, particolarmente grasse, saporite, molto apprezzate. Viene commercializzata viva, fresca, congelata, marinata, salata ed essiccata, affumicata ed inscatolata. Il prezzo di mercato, molto variabile a seconda della pezzatura e della stagione, è sempre abbastanza elevato. Nel plasma dell'anguilla è presente una tossina (ittioemotossina) inattivata totalmente dalla cottura e dai processi digestivi ma pericolosa se introdotta per altra via nell'organismo umano.
Distribuzione - In Italia la specie è autoctona, è comunemente presente nelle acque dolci di tutta la Penisola e delle isole maggiori, dal livello del mare fino ad una quota di circa 1.500 m, nonché nelle acque marine che bagnano il nostro Paese.


http://www.ittiofauna.org/provinciarezzo/fauna_ittica/Schede/schedespecie/anguilla.htm

lunedì 15 ottobre 2012

Le bevande energizzanti sono efficaci?

Efficaci sì, pericolose anche. Le bevande energizzanti (energy drink), addizionate di taurina e caffeina (tipo Red Bull, Atomic, Dynamite), vanno infatti consumate con moderazione. Ci sono ragazzi che ne bevono anche 5-6 lattine al giorno, un vero e proprio abuso che può causare difficoltà a stare fermi e in piedi, perdita di coscienza, visione offuscata, nausea e vertigini, oltre ad aumento del battito cardiaco e insonnia. Se poi gli energy drink si assumono assieme agli alcolici, la disinibizione che ne consegue può indurre anche a mettere a repentaglio la propria sicurezza personale. FONTE:http://www.focus.it/scienza/salute

I bambini ricordano già a 5 giorni di vita

I risultati di uno studio italiano confermano che i bambini inziano ad apprendere il linguaggio e a ricordare già a pochi giorni di vita. I bambini inziano a ricordare i suoni delle parole della mamma e di chi sta loro attorno già da piccolissimi, addirittura dai primissimi giorni di vita. Lo affermano Silvia Benavides Varela e i colleghi del Laboratorio di Linguaggio Cognizione e Sviluppo della SISSA (International School for Advanced Studies) di Trieste in uno studio recentemente pubblicato sui Proceedings of the National Accademy of Sciences. Ricorda presto, ricorda tutto. Secondo i ricercatori, già nei primi cinque giorni di vita è osservabile attività cerebrale collegabile alla memoria delle parole. La Benavides Varela e suoi colleghi hanno moniorato l'attività cerebrale di 48 neonati due minuti dopo aver ascoltato delle sillabe in sequenze che potevano essere molto simili o molto diverse da una prima sequenza somministrata loro in precedenza e che fungeva da riferimento. I ricercatori hanno notato che quando i piccoli venivano esposti a suoni contenenti le stesse vocali di quelli ascoltati in precedenza, nelle regioni frontali destre – quelle che normalmente si attivano quando gli adulti ricordano le parole – si registrava la stessa attività cerberale associata al riconoscimento. Al contrario, quando i neonati ascoltavano suoni contenenti vocali diverse, pur se con le stesse consonanti, questa attività era del tutto assente. Meglio le vocali “Gli esperimenti ci mostano principalmente due cose: in primo luogo che nei neonati l'informazione veicolata dalle vocali sembra più facile da riconoscere di quella delle consonanti” ha spiegato alla stampa Marina Nespor, docente della SISSA tra gli autori della ricerca. “La seconda osservazione è che le aree frontali potrebbero essere implicate nel riconoscimento delle sequenze parlate già dai primissimi stadi dello sviluppo”. FONTE: http://www.focus.it/scienza/i-bambini-ricordano-gia-a-5-giorni-di-vita_151012_37261_C12.aspx

Attualità :L’austriaco Felix Baumgartner ha battuto il record di caduta libera lanciandosi dall' altezza di 39.000 metri

L’austriaco Felix Baumgartner, 43 anni, si è lanciato da 39.000 metri ed ha battuto il record di caduta libera, ha superato il muro del suono. Dopo aver rimandato il lancio precedente a causa del forte vento, Baumgartner è stato trasportato nella stratosfera da un pallone-sonda in circa due ore e mezza di tempo; poi , il tuffo verso il pianeta Terra, con addosso una speciale tuta pressurizzata. Quasi cinque minuti di caduta libera nel vuoto, in cui però non è riuscito a vedere nettamente ciò che gli stava accadendo per colpa di un guasto all’impianto di riscaldamento del visore. Dopo 4 minuti e 22 secondi, il “viaggio” è terminato nel deserto del Nuovo Messico, dove l’austriaco è atterrato sano e salvo. Dopo anni di allenamento (ed un lancio da 30.000 metri lo scorso luglio), Baumgartner aveva dichiarato di voler abbattere la barriera del suono a qualsiasi costo: con il tentativo di ieri ha raggiunto il suo obiettivo, mentre prima di lui avevano fallito Chuck Yeager nel 1947, e Joe Kittinger nel 1960; quest’ultimo – capitano dell’aviazione statunitense ed ora mentore di Baumgartner - deteneva il record appena frantumato. Insieme ci sono riusciti.
FOnte: http://www.stadiosport.it/43736-felix-baumgartner-supera-la-barriera-del-suono.htm

venerdì 5 ottobre 2012

Nuove impronte di dinosauri in Dolomiti

Nuove impronte di dinosauri in Dolomiti Le rocce delle impronte a 3040 m d'altezza Monte Pelmo, Dolomiti. Nel corso di una veloce spedizione di ricerca nel settembre del 2011, un gruppo di geologi e speleologi dell’Associazione di Esplorazioni Geografiche La Venta, insieme allo scultore Mauro “Lampo” Olivotto, aveva individuato una possibile pista di impronte di dinosauro sullo spallone nord-est della montagna, ad oltre 3040 m di quota sul livello del mare. L’interesse suscitato da questa scoperta e la volontà di compiere nuove esplorazioni nelle grotte e abissi di questa montagna dolomitica ha portato all’organizzazione di una missione più corposa. Ben 14 speleologi, tra cui i geologi Francesco Sauro (scopritore delle orme nel 2011) e Luca Gandolfo, sono stati elitrasportati in due campi in quota, uno sullo spallone nord-est e un secondo all’interno del catino del Caregon, sotto la cima principale della montagna. Nel corso dei due giorni di attività sono state effettuate numerose ricerche ed esplorazioni. La superficie rocciosa è stata ripulita, rivelando la presenza di 11 orme, apparentemente organizzate in due piste distinte. Si trattava probabilmente di due dinosauri diversi come suggeriscono la forma delle impronte e la lunghezza del passo. La superficie è stata documentata attraverso un rilievo fotogrammetrico che permetterà al paleontologo Matteo Belvedere del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova di realizzare un modello tridimensionale della superficie e quindi di analizzare con estrema accuratezza le impronte. Non solo dinosauri Molti sforzi sono stati dedicati anche all’esplorazione di grotte e abissi. Sulla parete nord-est, con una calata di quasi 200 metri, lo speleologo trevigiano Antonio De Vivo ha raggiunto una grande caverna, affacciata su quasi mille metri di parete. Una finestra mozzafiato sulle Dolomiti. Nel Caregon, gli speleologi del gruppo Padovano hanno cercato di scendere due nuovi abissi, delle grandi fratture che scendono fino a 50-60 metri di profondità rivelatisi poi ostruiti da ghiaccio e detrito. Rimane ancora da rivisitare il grande pozzo dell’Abisso di Monte Pelmo, disceso solo parzialmente dal Gruppo Speleologico di Schio e dal Club Speleologico Proteo nel 2000, una voragine di cui non si conosce ancora la profondità, probabilmente superiore ai 300 metri. Fonti: WWW.FOCUS.IT

Pesce del mese ( Cefalo)

NOME LATINO: Mugil cephalus (Linnaeus 1758) FAMIGLIA: Mugilidae ORDINE: Mugiliformes NOME INGLESE: Bully, mullet NOMI DIALETTALI: Musao (Lig.), Volpino (Mar.), Volpina (Ven.Giu.) MORFOLOGIA: corpo slanciato ed affusolato con due brevi pinne dorsali, la prima delle quali con quattro raggi spinosi; spazio giugulare ampio; palpebre adipose oculari molto evidenti; scaglie cicloidi di grandi dimensioni sul corpo, di piccole dimensioni sul capo; manca la linea laterale; bocca piccola con denti minuti o assenti, talora presenti anche sulle mascelle; branchiospine molto numerose (fra 60 e 140); pinne pettorali inserite molto in alto; dorso bluastro, quasi nero e fianchi argentei. TAGLIA: 50 cm, raramente fino a 70 cm ed 8 kg di peso. DISTRIBUZIONE: acque costiere dell'Italia peninsulare e insulare; specie di notevole importanza per la vallicoltura veneta, vennero introdotti con successo nel Lago Trasimeno ed in altri ambienti lacustri laziali. HABITAT: specie gregaria di acque temperate; durante la primavera migra in acque salmastre, lagune ed estuari con fondo soffice ed abbondante vegetazione. Lo stomaco, dalle pareti molto muscolose, è in grado di triturare il materiale ingerito. ALIMENTAZIONE: si nutre di organismi planctonici, molluschi e di materiale vegetale, incluso detrito. La maggior disponibilità alimentare in ambiente d'acqua dolce determina un più rapido accrescimento corporeo. RIPRODUZIONE: nei nostri mari la maturazione sessuale è raggiunta a 3 anni e la riproduzione avviene tra Luglio e Settembre in mare; le uova sono piccole (0.75 mm) e molto numerose, munite di una goccia oleosa che le mette in grado di non affondare. La larva alla schiusa (2,5 mm) è ricca di pigmento nero e giallo e si accresce rapidamente. La palpebra adiposa è già molto evidente negli individui giovani (3-5 cm). VAL. ECONOMICO: buono. NOTE: Con le ovaie salate e seccate si prepara la "bottarga".

domenica 23 settembre 2012

È vero che le bibite gasate dilatano lo stomaco?

Sì, ma l’effetto è solo temporaneo e la credenza secondo cui le bibite gasate fanno venire la pancia è infondata. Una volta che la bevanda è ingerita, infatti, l’anidride carbonica (il gas che costituisce le bollicine) è smaltita rapidamente: in parte viene assorbita dalla mucosa gastrica e in parte viene invece espulsa dalla bocca con i rutti. Bruciori Le bevande gasate possono invece causare bruciore di stomaco, soprattutto se si è a digiuno. Infatti, l’anidride carbonica stimola la secrezione di acido cloridrico da parte delle pareti dello stomaco. Questo, tuttavia, favorisce la digestione. Molte bibite gasate sono anche ricche di zucchero e un loro consumo smodato non è consigliato.

lunedì 10 settembre 2012

Torna alla luce una città romana perduta

Torna alla luce una città romana perduta Un rilevamento geofisico mostra la bellezza e la ricchezza di Interamna Lirenas, la città romana sepolta da 1550 anni. I ricercatori dell'Università di Cambridge "arano" i campi laziali con i loro strumenti, magnetometri e georadar, per mappare le anctiche città romane ormai perdute. Nacque al tempo dei romani e i suoi abitanti l’abbandonarono misteriosamente dopo circa 800 anni. Per 1550 anni ha dormito sotto terra. Ora Interamna Lirenas, questo il nome della città sepolta, è stata mappata da un team internazionale di ricercatori che hanno rilevato con estrema precisione il teatro, il mercato e altri edifici della città di cui non si conosceva e non si immaginava l’esistenza. Radio scoperte La città nasce come colonia romana attorno al 312 avanti Cristo sul percorso della Via Latina, la strada che da Roma scendeva verso sud-est. Sorse vicino al fiume Liri e al Rio Spalla Bassa, da qui il nome Interamna, ossia tra i due fiumi, in quella che ora è la provincia di Frosinone. Abbandonata attorno al 500 dopo Cristo, la città venne dapprima utilizzata per asportare materiali da costruzione, poi, via via, se ne persero le tracce con il passare dei secoli. Oggi l’area è completamente ricoperta da aree agricole. Ma ora, finalmente, i ricercatori sono riusciti a tracciare una mappa quasi completa della città, sfruttando la tecnica delle onde radio. Vengono dirette sottoterra e si interpreta il loro ritorno in superficie dopo essere rimbalzate dalle mura nascoste nel sottosuolo. Altro che città morta Le immagini ottenuto hanno portato a diverse sorprese. Fino ad oggi gli archeologi pensavano che la città fosse un luogo sonnolente, dove offrirà ristoro a chi passava lungo la via; in realtà si trattava di una città estremamente vivace. Lo conferma la scoperta di un importante teatro e di un grande mercato. Spiega Martin Millett dell’Università di Cambridge che ha seguito i lavori: «Oggi abbiamo l’intero sistema viario della città e questo ci permette di capire come si svolgeva la vita e come essa è cambiata nel tempo». A conferma che la città era particolarmente attiva sono anche le ricerche condotte sui vicini terreni agricoli che mostrano che al tempo dei romani erano molto sfruttati, segno che la città era fiorente e che richiedeva quindi molto cibo. Dalle prime ricerche risulta che la città, nonostante le sue importanti dimensioni, non si è espansa più di tanto anche durante il massimo fiorire dell’Impero romano e ha mantenuto nel tempo la sua figura di città coloniale. Questo studio rientra in una ricerca più vasta partita nel 2010 e che si propone di capire come fossero organizzate le città fondate dai romani e tenute come colonie. L’esistenza dell’area archeologica era nota da tempo, ma poiché si sviluppa su un’area molto vasta era impensabile portarla interamente alla luce e così non si sono mai fatti scavi di una certa entità. L’unico modo per avere una planimetria della città dunque, sarebbe stato quello seguito dalla ricerca in atto: inviare onde radar e studiare le micro variazione del campo magnetico indotte dalla presenza di oggetti artificiali, come case, edifici vari o altri manufatti. Senza dubbio la sorpresa più grande è stata quando i ricercatori si sono trovati di fronte ad un edificio a raggiera che inizialmente è stato difficile da identificare. Poi scendendo ad un maggior dettaglio si è capito che si trattava di un teatro. Ora gli studi si muoveranno su due linee diverse: da un lato si cercherà di migliorare la visione ottenuta della città, sempre con la tecnica geofisica, dall’altro si pianificheranno degli scavi per portare alla luce almeno gli edifici più significativi. FONTE :http://www.focus.it/curiosita/storia/

Il pesce del mese ( PESCE SERRA)

LA TIGRE PESCE SERRA Pesce Serra Una volta ebbi occasione di scrivere che se il pesce serra non esistesse bisognerebbe inventarlo. Oggi, dopo anni e anni di ulteriore milizia trainistica, sono ancor più convinto della validità di quella remota asserzione. Il serra (Pomatomus saltator o Bluefish per gli anglosassoni) è un combattente formidabile per antonomasia. E' forte ed intelligente, è avveduto e scaltro al punto tale che già una cattura su due ferrate rappresenta un risultato degno di rispetto; è prevalentemente costiero talché può essere insidiato con attrezzature e mezzi nautici minimi; lotta sempre con energia, con valore, con astuzia senza concedersi un respiro di tregua talora fino al momento del salpaggio. Non mi è mai capitato - a differenza di quanto succede non di rado con prede di altissimo lignaggio come tonni enormi, ricciole grosse e scatenate, spigole ricercatissime, dentici cocciuti - di vedere un serra stremato dal combattimento giungere, inerte o quasi, a portata di raffio o di coppo. L'aspetto del nostro pomatomide è, per certi versi, un po' simile a quello della spigola, tant'è vero che non di rado ce lo vediamo offrire al ristorante sotto la fantasiosa denominazione di "spigola francese". La dentatura fitta ed acuminata, assistita da una eccezionale forza mandibolare, è micidiale non solo per le prede che aggredisce ma anche per le mani del pescatore poco accorto. Vive sempre in branchi abbastanza numerosi costituiti da esemplari non necessariamente della stessa taglia. Peraltro, come avviene per tutti, pesci predatori e non, l'istinto gregario va gradualmente attenuandosi man mano che crescono le dimensioni. Può superare i dieci chili di peso, ma la maggioranza delle catture interessa soggetti compresi fra gli uno e i cinque chili. Le carni sono prelibate. Il dove A fronte di tutti i dati positivi appena elencati c'è il fatto che la specie, abbondantissima lungo le coste statunitensi nord-orientali, non è parimenti diffusa nei n
ostri mari. La "madre" mediterranea dei serra ha la sua ubicazione nel Bosforo; da lì i branchi si sono portati nelle acque elleniche e, un po' per volta a partire dagli anni '40, in alcune, ma solo in alcune, zone della nostra penisola e delle nostre isole maggiori. Presenze consistenti si riscontrano in diversi punti della Sicilia meridionale, della Campania, del Lazio, della Sardegna, qui però in prossimità di Alghero e delle coste sud orientali dell'isola. Fino a qualche anno fa i serra si prendevano con discreta frequenza anche nel Mar Ligure ma, a quanto sembra, le catture in quelle acque sono ora in diminuzione, mentre sono invece aumentate quelle realizzate nella parte meridionale della Toscana. Comunque i punti peninsulari di maggior concentrazione sono, allo stato attuale, stabilizzati nelle adiacenze del Circeo e in quelle di Anzio e Nettuno. Circa gli stanziamenti futuri è difficile fare previsioni in quanto trattasi di specie imprevedibile come dimostra, ad esempio, il fatto che nel 1995 si è verificata una autentica invasione di serra nelle acque di Ischia ove, a memoria d'uomo, non se ne era mai visto uno. Peraltro, sulla base di alcune indicazioni ricorrenti nel mondo della pesca sportiva, si può ipotizzare, ma solo ipotizzare, la eventualità che gli stock siano in aumento e tendano gradualmente ad insediarsi anche lungo i versanti nord occidentali della penisola. Nelle anzidette zone "collaudate" i posti migliori sono di norma quelli con fondali dai 2 ai 25 metri di sabbia o di fango non troppo distanti dalle foci di fiumi o canali ovvero da formazioni subacquee rocciose. E' da tener presente che una delle caratteristiche tipiche dei serra è quella di frequentare, nei periodi in cui accostano, sempre gli stessi identici posti ben noti alla maggioranza dei trainisti che operano in zona. Il quando Le stagioni migliori sono la primavera inoltrata, l'estate e l'autunno. Può tuttavia accadere che, durante questi periodi buoni, i nostri intrepidi antagonisti scompaiano improvvisamente per giorni o settimane per poi ripresentarsi in forza altrettanto all'improvviso. Ciò dipende probabilmente da esigenze alimentari che possono indurre i branchi a spostarsi temporaneamente in acque più profonde e lontane alla ricerca di migliori fonti di sostentamento. Non credo invece che questo alternarsi di comparse possa ascriversi a fattori di ordine termico; fatto che, invece, è certamente alla base dei non rarissimi incontri invernali. In altri termini vien da pensare che nei mesi freddi i serra si portino in acque molto profonde e quindi assai più temperate di quelle superficiali e che, casualmente, inseguendo il cibo vivente, siano indotti ad "accostare" sia pure per brevissime puntate. Circa gli orari c'è da dire subito che i momenti migliori sono senza dubbio quelli che coincidono con il semibuio del primissimo mattino e del tardo pomeriggio; magici quasi sempre i brevi spazi di tempo che precedono, accompagnano e seguono il sorgere e il tramonto del sole. http://www.nautica.it/pescaweb/serra/serra.htm

La conquista dell’ultimo piano

La conquista dell’ultimo piano Inaugurato a New York l’Empire State Building, che con i suoi 381 metri d’altezza divisi in 102 piani, era all’epoca il grattacielo più alto del mondo e oggi, dopo il crollo delle Twin Towers, è il più alto della città. L’impresa dell’Empire rappresentò il momento culminante della gara tra Walter Chrysler (fondatore dell’omonima casa automobilistica) e John Jacob Raskob (della General Motors) per stabilire chi sarebbe stato in grado di costruire il grattacielo più alto in minor tempo. Senza dubbio fu Raskob il vincitore visto che riuscì a costruire un grattacielo 60 metri più alto del Chrysler Building (da poco inaugurato), in un tempo record di 14 mesi, costruendo quattro piani alla settimana. Nonostante il successo però, al momento della sua inaugurazione meno della metà degli spazi erano stati affittati e questo gli valse il soprannome di Empty (in inglese “vuoto”) State Building. Nella foto, L’Empire al crepuscolo quando si accendono i fari colorati che illuminano gli ultimi trenta piani http://www.focus.it

domenica 19 agosto 2012

Cosa sono le meduse immortali?

Turritopsis nutricula fotografata da Alvaro E. Migotto. <br> Scopri il <a href="http://meteomeduse.focus.it/" target="_blank">Meteo Meduse</a>, la prima mappa delle meduse realizzata dai lettori di Focus.
Turritopsis nutricula fotografata da Alvaro E. Migotto.
Scopri il Meteo Meduse, la prima mappa delle meduse realizzata dai lettori di Focus.

La medusa immortale, Turritopsis nutricula, è stata scoperta qualche anno fa da ricercatori dell’Università di Lecce. La sua prerogativa dipende dal fatto che è capace di invertire il proprio ciclo biologico e di sfuggire così alla morte.
(Da dove viene il nome medusa? - Le meduse sono inutili?)

Doppio ciclo
Di piccole dimensioni, ha un diametro di appena 4 millimetri, si sviluppa seguendo due stadi: nel primo è simile a un piccolo polipo, è infatti dotata di tentacoli utili per la caccia sottomarina, nel secondo si trasforma in medusa, con lo sviluppo di più tentacoli (passa da una decina a oltre 80). Una volta raggiunta la maturità sessuale e dopo essersi riprodotta, non muore. Scende sul fondo del mare e torna allo stadio giovanile da cui si era sviluppata.
Per gli scienziati questo ringiovanimento è reso possibile, a livello cellulare, a causa di un fenomeno conosciuto come “transdifferenziamento”.
Il mutamento è dovuto all’azione delle cellule che da altamente specializzate si ri-trasformano in cellule non specializzate, tipiche della fase giovanile. Cellule, come quelle muscolari, che sono capaci di perdere la loro specializzazione morfologica e ritornare a uno stadio totipotente attraverso il quale possono essere prodotte nuove cellule con differenti caratteristiche. Quello che rende speciale questa medusa, però, non sono le cellule in sé e per sé, ma il processo che riporta indietro l’orologio biologico. Processi parziali di questo tipo sono presenti anche in altri animali, come tritoni e lucertole che possono rigenerare alcune parti del loro corpo.
(Brividi in gelatina: arrivano le meduse)

 http://www.focus.it/ambiente/animali/cosa-sono-le-meduse-immortali-_C39.aspx

martedì 7 agosto 2012

IL CLIMA

La Terra continua a darci una mano Gli oceani, le foreste e altri ecosistemi continuano ad inglobare circa la metà dell’anidride carbonica immessa nell’atmosfera dalle attività umane, nonostante che le emissioni del principale gas serra siano aumentate negli ultimi anni (vedi grafico). E’ questo il risultato, a dir poco sbalorditivo, di uno studio condotto da ricercatori della University of Colorado e dal NOAA, che hanno analizzato le emissioni di anidride carbonica (CO2) degli ultimi 50 anni. “Le analisi dicono che metà della quantità di CO2 emessa dall’uomo viene inglobata dalla Terra. Come faccia il pianeta a tenere il passo è al momento un mistero, ma certamente non continuerà su questa strada all’infinito”, ha spiegato Pieter Tans, un climatologo del NOAA. Gli oceani diventano acidi L’anidride carbonica viene immessa dall’uomo soprattutto quando brucia i combustibili fossili, ma anche la natura fa la sua parte, quando, ad esempio, si hanno incendi di foreste. Durante l’inizio del secolo scorso tuttavia, si notò come metà dell’anidride carbonica prodotta globalmente veniva assorbita da vari ecosistemi terrestri. Già allora però, si sosteneva che tale assorbimento non poteva avanzare con lo stesso ritmo della immissione di CO2 nell’atmosfera. Ed invece non è stato così. “Fin da quando l’aumento della CO2 crebbe notevolmente attorno agli anni Sessanta, la Terra riuscì a tenere il passo nell’assorbire comunque la metà del gas emesso dall’uomo e dalla natura. Questo ci dice che conosciamo ancora molto poco sulle modalità con le quali lavora l’atmosfera e gli ecosistemi che interagiscono con essa”, continua il ricercatore. In ogni caso la situazione non potrà andare avanti ancora per molto su questa linea. “Gli oceani –continua Tans- sono diventati molto più acidi rispetto al passato e varie ricerche dicono che essi assorbono circa un quarto dell’anidride carbonica immessa nell’atmosfera. Ma se l’acidificazione continua tale valore crollerà assai velocemente, perché chimicamente non è possibile immaginare oceani più acidi che continuino ad assorbire il tasso di anidride carbonica dei nostri giorni”. Come dire: la Terra ci ha aiutato tanto, ma non lo farà ancora per molto. FONTE : http://blog.focus.it/effetto-terra/2012/08/05/la-terra-ci-aiuta-ma-sta-arrivando-al-limite/

domenica 5 agosto 2012

il pesce del mese (Aguglia imperiale)

Caratteristiche morfologiche E’ un pesce dal corpo molto sottile ed allungato, compresso, dalle mascelle(provviste di denti numerosi ad aguzzi) a forma di <>: da ciò deriva il nome scientifico della famiglia dei belonidi, gia che<< belone>>, in greco, vuol dire appunto<>. Massima lunghezza sugli 80cm, colore predominante l’argento, con piccole squame caduche. Il peso può raggiungere il chilo. Abitudini L’aguglia è un pesce predatore, e vive in branchi sempre in movimento: nel periodo che va da Novembre a Marzo, questi pesci si inabissano in profondità, anche mai troppo lontano dalla costa o dalle secche in mare aperto. Da Aprile-Maggio fino al termine dell’estate si riportano in superficie avvicinandosi alla terra, sempre in continuo movimento, alla ricerca del cibo. Localizzare i branchi di aguglie è abbastanza semplice, poiché i branchi di aguglia si muovono poco sotto il pelo dell’acqua, causando sulla superficie caratteristici ondeggiamenti semicircolari, che risaltano nettamente soprattutto quando il mare è calmo. Quando, durante la buona stagione, le aguglie tornano ad inabissarsi in profondità, è un segno anomalo, che indica chiaramente perturbazioni atmosferiche: altrimenti, questo pesce resta durante tutta la buona stagione in acque superficiali. Le aguglie seguono di norma i branchi di sardine e di acciughe<>, loro cibo prediletto ed abituale. Il periodo della riproduzione è la primavera: la femmine depongono le uova in zona di mare dove siano presenti alghe o piante acquatiche. Le uova hanno circa tre millimetri di diametro, e sono munite di sottili filamenti che servono ad <> alla flora sommersa. Metodi di pesca Per ciò che riguarda la pesca dell’aguglia con la canna da lancio dalla costa, sarà opportuno tenere bene presente lo stato della marea, che quando è bassa tende ad allontanare le sardine e le acciughe dalla costa, per cui sarà perfettamente inutile insidiare l’aguglia. Al contrario, quando c’è alta marea, l’aguglia è presente, oltre che in mare aperto, nei pressi delle coste rocciose, delle scogliere di porto e dei frangiflutti, cosi che sarà questo il momento più indicato per tentare di catturarla. Perciò che riguarda il <> ideale di canna da adoperare, è opportuno usare quella da lancio, lunga 4-5m, robusta ma non eccessivamente pesante. Potremo così lanciare piuttosto a lunga gittata nella corrente la lenza lasciando poi che quest’ultima venga <> poco a poco verso il largo, in modo da aumentare le probabilità di attacchi all’esca da parte del pesce. Serviranno circa un centinaio di metri di filo super, preferibilmente sullo 0.25, per caricare la bobina del mulinello. Vista la lunghezza dei lanci, è ovvio che occorre una zavorra di pesantezza adeguata per il galleggiante. Solitamente, un consiglio che offro ai pescatori che si apprestano per la prima volta a questo tipo di pesca, di usare dei galleggianti piombati, scorrevoli, da circa 30g, proseguendo sulla montatura con un finale di circa 1.5-2m dello 0.12 ed un amo del 16. Mentre per chi ama la tecnica dello spinning può divertirsi anche con questo <> montando su un filo madre dello 0.16-0.18 uno sbirulino trasparente G2, una girella n°10 e lo stesso un terminale di circa 1.5-2m dello 0.12 e un amo del 14. Una volta allamata, l’aguglia oppone una disperata resistenza, fuoriuscendo a volte anche dall’acqua con guizzi furibondi e con torsioni su se stessa. Una volta stremata e <>, la si può recuperare, anche se difficilmente sarà del tutto doma. Se il mare è calmo ( condizioni di pesca ottimali ) si può adottare il <> di recuperare un po’ di lenza appena eseguito il lancio, per far inseguire l’esca all’aguglia. Tentativi di questo tipo portano a frequenti successi. Se al contrario il mare è un pò mosso, conviene lasciare derivare il sughero dalla corrente, in attesa che la preda potenziale sferri il suo attacco. L’esca più indicata per l’aguglia per le scorse montature descritte è il bigattino. Un’ altra possibile esca è costituita da una sottile striscia di pelle alla quale va attaccato un pezzetto di carne di sardina fresca, oppure code di scampi o tremoline. L’aguglia può essere insidiata anche con la traina, utlizzando sempre lenza dello 0.25 trainata a mano o montata su canne molto leggere, con piuma artificiale provvista di amo o con il cucchiaino, in oltre trainando con l’esca giapponese con al termine un pesciolino finto ad una velocità massima non superiore ai 3 nodi.
FONTE DELLA FOTO :http://www.calabriapescaonline.it/home/pesca-all-aguglia/ FONTE: http://digilander.libero.it/passionepesca2000/aguglia.htm

La ferocia dell'uomo: la strage dei cetacei in Danimarca nelle isole Feroe

Oramai da anni se ne sente parlare ogni tanto, quasi come un sussurro, come se la notizia dovesse passare sotto silenzio. Parliamo dei globicefali (specie Globicephala melas) o come meglio sono conosciuti le balene pilota (chiamati così perchè più che rassomigliare a dei delfini sono simili alle balene) appartenenti alla famiglia dei Delphinidae, conosciuti in lingua spagnola come calderones. foto Whale Watching Sono delle creature molto pacifiche che amano vivere in branchi composti per lo più da femmine con i loro piccoli. Raggiungono i 5-7 m di lunghezza ed un peso di oltre 2t e vivono mediamente 50 anni. Hanno un carattere molto mansueto, sono socievoli tanto che si avvicinano tranquillamente alle barche ed alle persone senza alcuna riserva. Vivono in quasi tutti i mari del mondo dove sono presenti acque non troppo fredde (infatti l'unica zona del mondo dove non si localizzano sono le acque del polo). foto Whale Watching (Se desideri conoscerli meglio leggi l'articolo di biologia marina ad essi dedicato) Prima di raccontare che cosa succede vi voglio mostrare alcune immagini perchè più di ogni parola spiegano di cosa vi voglio parlare. Vi parlo di una vera e propria strage che da tanti anni viene compiuta nelle isole danesi Feroe (o Faroe) a spese dei globicefali. Le isole Feroe (che in lingua danese è scritto Fær Øer Islands) sono un arcipelago formato da 18 isole a metà strada tra l’Islanda e la Norvegia che dal 1948 sono una regione autonoma del Regno di Danimarca (come la Groenlandia) con ampia autonomia per tutte le questioni politiche interne e non fanno parte dell’Unione europea con la quale hanno solo degli accordi commerciali bilaterali. La stima ufficiale delle catture dichiarata dai faeroesi è di circa mille delfini balena all’anno, cifra come loro sostengono, “sostenibile”, mentre le stime ufficiose parlano di 1500-3000 all’anno. Se consideriamo che queste pacifiche creature vivono mediamente 50 anni e le femmine raggiungono la maturità sessuale intorno ai 7 anni con periodi di gestazione molto lunghi (15 mesi), una uccisione così massiccia, se sommata alle altre che avvengono nel resto del mondo, soprattutto in Giappone, deve destare seria preoccupazione per la conservazione di questa specie. Le motivazioni ufficiali che spingono questo popolo a compiere queste mattanze le possiamo leggere dal sito delle Isole Faroe: l’uccisione di questi cetacei è una tradizione molto antica che risale a 1200 anni fa ed è legata alla sussistenza: per ottenere cibo (considerato un alimento essenziale per la loro dieta), pelle per realizzare corde, grasso per ricavare olio come combustibile, stomaci come galleggianti e così via. Ora, sempre dallo stesso sito si legge che l’economia è retta da una fiorente industria della pesca, che produce prodotti ittici di alta qualità per l’esportazione, si allevano le pecore che forniscono fino al 60% di tutti i prodotti a base di carne, si cacciano gli uccelli marini, si allevano i bovini da latte che soddisfano tutte le esigenze interne di latte, così come la coltivazione delle patate. Insomma da quel che si legge non si comprende, come mai ci sia questo bisogno di caccia per sussistenza delle balene pilota. Questa motivazione, che poteva essere valida secoli fa, sicuramente oggi appare alquanto anacronistica, considerando che i faeroesi godono oggi di elevati standard di vita e che occorre molta fantasia per immaginare che per illuminare le loro case usino le lampade alimentate con olio di balena! Tra l’altro non si spiega come mai, pur essendo scientificamente appurato che la carne dei globicephala melas contenga alti livelli di mercurio, estremamente dannosi per la salute umana, si continui questa caccia. Infatti, sempre nello stesso sito si legge “questo fatto è fonte di preoccupazione ma non è un motivo per smettere la caccia perché i rischi alla salute devono essere controbilanciati dal fatto che la carne di balena è ricca di grassi polinsaturi, è magra e ricca di proteine”. Allora quale è il vero motivo? Forse una caccia che ormai è diventata uno sport? Ma come avviene questa caccia? I calderones, animali pacifici, molto curiosi e che si muovono in branchi, durante le loro migrazioni, passano nelle vicinanze delle isole Faroe, soprattutto nel periodo estivo. Come vengono avvistate viene dato l’allarme e tutta la popolazione si mette in moto per iniziare la caccia (i datari di lavoro danno dei permessi per partecipare ed anche una diaria). In pratica le balene vengono circondate a semicerchio dalle barche e convogliate verso piccole baie prestabilite che si trovano a ridosso delle città, verso l’acqua bassa, dove le attendono i loro massacratori. Secondo le fonti ufficiali, verrebbe fatto un taglio netto nel collo per recidere il midollo spinale e le arterie per cui l’animale rimarrebbe paralizzato e perderebbe coscienza in 5-10”. Secondo le testimonianze delle persone che hanno assistito a questa mattanza, i video e le foto che si trovano in rete, le cose non si svolgono esattamente in questa maniera: le balene, per essere portate verso l'acqua bassa verrebbero uncinate per la coda, trascinate a riva e quindi uccise barbaramente a coltellate mentre si dibattono e gridano di dolore ed il mare diventa rosso del loro sangue. Gli stranieri non possono assistere a questa caccia, per cui mi domando: se realmente le cose sono così "umane" come viene descritto dai feroesi perché è vietato assistervi? Una grossa denuncia su questa situazione viene fatta dalla Sea Shepherd Conservation Society la società fondata nel 1977 dal Capitano Paul Watson, a suo tempo, cofondatore di Greenpeace, da sempre in primo piano per cercare di fermare queste atrocità che intitola l'articolo "Vi è qualcosa di molto marcio in Danimarca" di cui riportiamo alcuni passaggi tradotti dall'inglese: "L'orribile macellazione annuale di migliaia di balene pilota indifese ogni anno nelle isole Feroe, in lingua danese Isole Fær Øer, è altrettanto crudele come la macellazione del delfino effettuata dai giapponesi nelle Taiji. Ho visto le baie delle isole Færøer tinte di rosso dal sangue e ho sentito le urla delle balene pilota ferite mortalmente che urlavano per la propria vita mentre bagnavano i volti avinazzati dei loro massacratori con il loro sangue caldo, ridendo mentre le stupravano con le loro lame. E' uno spettacolo mostruoso ed è una oscenità abbracciata completamente dal governo danese e da molta gente danese. (...)" Anche se non ci sono prove che sono in via di estinzione in quanto la stessa Red List 2008 dell’IUNC la classifica tra le specie delle quali non ci sono notizie (a questo indirizzo potete trovare la scheda), per cui non è possibile fare una stima della loro popolazione, è indubbio che il loro principale alimento, i calamari, sono in costante diminuzione con le conseguenze che questo comporta sulla popolazione di questa specie oltre il fatto che sono seriamente minacciate dall’inquinamento ambientale. Ora la domanda che sorge spontanea è: dato che queste isole pur appartenendo alla Danimarca, non fanno parte dell''Unione Europea, esiste una possibilità di intervento che possa mettere la parola fine a questa strage? Ad una domanda posta alla Commissione europea su questo problema, Stavros Dimas, il Commissario UE per l'ambiente risponde che l'Unione Europea vieta la caccia di tutte le specie di cetacei (balene, delfini e focene) in base alla direttiva 92/43/CEE del Consiglio, del 21 maggio 1992, sulla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della fauna e della flora selvatiche nota come la Convenzione di Berna in base alla quale è anche vietato vendere o scambiare cetacei e l'introduzione a fini prevalentemente commerciali ai sensi del regolamento (CE) n. 338/97 del Consiglio relativo alla protezione di specie della flora e della fauna selvatiche mediante il controllo del loro commercio. Questa legislazione però non si applica alle balene pilota che vengono cacciate nelle isole Faroe in quanto non fanno parte dell'Unione Europea. E' altresì vero che la Danimarca ha firmato la convenzione di Berna ma dichiarando che tale accordo non si applica alla Groenlandia ed alle isole Faroe. Pertanto l'Unione Europea non può intervenire legalmente nei confronti di questi paesi. Stesso discorso per la IWC (International Whaling Commission) infatti pur tutelando le balene a livello internazionale, le balene pilota, facendo parte della categoria "piccoli cetacei" non sono di loro pertinenza. Nella riunione del 5 giugno 2008 la Commissione Europa rafforza quanto detto sopra: "La caccia alla balena non è autorizzata nelle acque dell’Unione europea. Nel quadro del diritto ambientale comunitario, tutte le specie di balena sono protette nelle acque dell’UE. Tuttavia, l’UE non si oppone alla caccia alla balena praticata dalle popolazioni autoctone a fini di sussistenza – secondo quanto previsto dalla Convenzione IWC - a condizione che tale attività rispetti limiti di cattura stabiliti sulla base di pareri scientifici. (…) La Commissione condanna invece la caccia alla balena dissimulata sotto forma di ricerca scientifica, quale viene praticata in Giappone." Ora il fatto che questo arcipelago non aderisca all’UE significa che è vincolato in tal senso per cui la stessa Unione Europea non può essere una voce autorevole, considerando anche che il governo danese, non entra in merito all’argomento. Ma allora se nè a livello comunitario, nè a livello internazione non è possibile alcun controllo sull’uccisione delle balene pilota nelle isole Feroe, che cosa si può fare per porre fine a queste stragi? Se non si acquista una coscienza culturale ma si continua a pensare che l’essere umano, in quanto specie dominante, abbia dei diritti incondizionati su ciò che è diverso dalla sua natura e possa disporne a suo piacimento; se continueranno a prevalere gli interessi economici; se non cesserà il piacere fine a se stesso di una caccia fatta per puro sport e divertimento, non si riuscirà mai a risolvere il problema. Il mondo civile con le persone di buona volontà sta lavora intensamente per cercare di trovare una soluzione. Ma la strada è lunga e difficile. La stessa riunione dell’IWC che si è tenuta a Santiago del Cile a giugno del 2008, non ha sortito risultati concreti sul problema della caccia alle balene: saranno ancora oggetto della caccia per scopi scientifici e la caccia aborigena a fini di sussistenza. Le Nazioni Unite, il 25 settembre 2008 nella loro relazione annuale sui progressi realizzati per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del millennio, hanno incluso di "ridurre significativamente il tasso di perdita della biodiversità entro il 2010". I progressi saranno monitorati misurando la percentuale di specie minacciate di estinzione (calcolata con la Lista Rossa IUCN) che tra le altre specie include anche il Globicephala melas. La cosa che sconcerta di più è che oggi sta subentrando una nuova motivazione per queste cacce: le balene, come i delfini mangiano troppo pesce e quindi stanno impoverendo i mari e per questo motivo devono essere cacciate! Tesi sostenuta soprattutto dal Giappone, dalla Norvegia e dall’Islanda (i più grandi cacciatori di balene del mondo). Purtroppo conosciamo la ferocia dei giapponesi e le stragi da loro effettuate al largo di Taiji in Giappone: tutti gli anni cacciano e uccidono circa 20.000 delfini destinati, i meno robusti, alle industrie alimentari e ai ristoranti mentre gli esemplari migliori ai delfinari e ai circhi acquatici. A tal proposito segnalo le interessanti domande/risposte dell'Institute of Cetacean Research giapponese che sono molto "illuminanti" riguardo le motivazioni che spinge questo popolo a queste uccisioni di massa. Le associazioni ambientaliste, a livello mondiale, si battono, ognuna a modo loro, per fermare questi massacri a tutti i livelli ed in tutti i paesi del mondo. Molti progetti mirano alla creazione di riserve marine e a rafforzare quanto sancito dall’IWC sulla caccia commerciale. Purtroppo non ci sono fondi sufficienti per sostenere tutte le campagne che dovrebbe essere portate avanti. Per cui è “la voce del popolo” che deve farsi sentire, assumere una maggiore coscienza in merito all’argomento, smettere di mangiare carne di balena, fare pressioni sui governi perché adottino delle politiche conservative. Qualche tempo fa, spinta dalla curiosità, ho iniziato a fare una ricerca per capire chi e che cosa si occupasse di questo problema, così ho iniziato a cercare nella rete per vedere quante associazioni, enti, commissioni, sottocommissioni, organismi di controllo, società, ecc. ecc. (e consentitemi ’“ecc. ecc.” che in questo caso è doveroso) che alla fine ho dovuto rinunciare perché la situazione è talmente vasta ed ingarbugliata che non si riesce a trovare un filo conduttore: è un universo. Ora, sono fermamente convinta che ognuna a modo suo sia importante e dia il suo piccolo/grande contributo ma forse se esistessero un po’ meno organismi e quei soldi venissero spesi per fare più studi approfonditi, per creare delle riserve naturali, per portare avanti delle campagne di sensibilizzazione, forse qualche risultato in più oggi si potrebbe ottenere. A questo punto ritorna la domanda iniziale: perchè pur essendo le stragi delle isole Feroe perpetrate da anni se ne sente parlare solo ogni tanto, sottovoce, come se la cosa dovesse passare sotto silenzio? Credo che fra le tante questioni ambientali che angosciano il nostro paese, e più in generale il mondo, questa di fatto sia considerata una goccia infinitesimale e quindi come tale venga considerata, vale a dire in modo totalmente irrilevante. Questo fatto non lo considero una giustificazione perché nell’era della globalizzazione, della dichiarazione del millennio (la dichiarazione più importante a livello mondiale che sia mai stata realizzata) proclamata dalla Nazioni Unite ed alla quale hanno aderito 189 paesi (su 191) tra cui la Danimarca ed anche l’Italia dove si parla, tra l’altro, di conservazione della specie, delle biodiversità, della tutela del mare e degli oceani, anche questa piccola goccia deve avere una sua voce. FONTE: http://www.elicriso.it/it/stragi_compiute_uomo/strage_delfini_danimarca/?fb_action_ids=4464742824994&fb_action_types=og.likes&fb_source=timeline_og&action_object_map={%224464742824994%22%3A10150117862703365}&action_type_map={%224464742824994%22%3A%22og.likes%22}&action_ref_map=[]

venerdì 27 luglio 2012

La Villa di Adriano costruita in allineamento al solstizio

Villa Adriana non era solo un luogo in cui l'imperatore (76-138 d.C.) poteva rilassarsi e dimenticare i fardelli del potere. Era anche un gigantesco calendario che segnava il succedersi delle stagioni. Lo sostiene Marina De Franceschini, un'archeologa che collabora con l'Università di Trento e che da tempo si occupa di studiare le aree meno conosciute di questo edificio. Secondo la ricercatrice, alcune costruzioni della tenuta estiva di Adriano sono state orientate in modo da creare specifici giochi di luce quando il Sole si trova in solstizio. In una di queste, la "Roccabruna", durante il solstizio d'estate la luce solare filtra attraverso una sottile fessura a cuneo e illumina una nicchia posta sulla parete opposta. Mentre in un tempio dell'Accademia, la luce solare passa attraverso una serie di porte durante i solstizi di estate e di inverno. Secondo l'archeologa, che a breve pubblicherà un libro a riguardo, gli allineamenti sarebbero collegati ad alcune cerimonie religiose in onore di Iside, divinità egiziana adottata dai Romani.
FONTI: http://www.focus.it/curiosita/storia

lunedì 23 luglio 2012

SUPERBO! A CAGLIARI IL CATAMARANO A ENERGIA SOLARE PIÙ GRANDE DEL MONDO

SUPERBO! A CAGLIARI IL CATAMARANO A ENERGIA SOLARE PIÙ GRANDE DEL MONDO La Tûranor PlanetSolar il 21 luglio al porto di Cagliari nella sua unica tappa italiana. È arrivata nel capoluogo sardo l’imbarcazione dall’aspetto futuristico che gira il mondo alimentata esclusivamente dai suoi pannelli fotovoltaici. Con una superficie esposta di 537 m², ha percorso oltre 60000 km senza consumare un litro di carburante. Il 4 maggio a Monaco, davanti agli occhi del principe Alberto II, la Tûranor ha realizzato un’impresa da record, concludendo il primo giro del mondo a energia solare della storia. Ora è sbarcata a Cagliari, dopo essere stata a Miami, Cancun, Isole Galapagos, Polinesia francese, Brisbane, Hong Kong, Singapore, Bombay, Abu Dhabi e altre località. Martedì 24 luglio alle ore 11 si terrà la conferenza stampa a bordo, in cui il Capitano Eric Dumont e l’equipaggio racconteranno il progetto Planet Solar. Insieme a loro ci saranno personalità del mondo politico regionale, esponenti di Confindustria Sardegna Meridionale e Autorità Portuale di Cagliari, che hanno sostenuto fortemente l’arrivo dell’imbarcazione nel capoluogo sardo. La Tûranor è salpata il 20 luglio dall’isola di Maiorca e ha attraccato al porto di Cagliari la mattina del 21.Il Progetto Planet Solar nasce dalla mente “visionaria” dello svizzero Raphael Domjan ed è stato portato avanti grazie al finanziatore tedesco Immo Ströher e al lavoro di un team internazionale di fisici, ingegneri, costruttori e marinai. L’obiettivo è dimostrare che l’energia solare è una risorsa pulita e illimitata e costituisce un’alternativa concreta al consumo di combustibili fossili.Il nome di battesimo della nave, Tûranor, deriva dalla mitologia del romanzo di J.R.R. Tolkien Il signore degli anelli e significa “Potere del Sole”. Ma i legami con la letteratura non si esauriscono qua: il viaggio è stato intrapreso sulle orme di Phileas Fogg, il protagonista del romanzo di Jules Verne Il giro del mondo in 80 giorni, da cui Domjan e il suo team sono stati fortemente ispirati. Nel sito www.planetsolar.org l’equipaggio ha raccontato le avventure e le sensazioni di questo viaggio intorno all’Equatore, scrivendo così un vero e proprio diario di bordo online e documentando tutto con le immagini pubblicate sul sito.La nave, esemplare unico al mondo, è l’emblema di un mix di innovazione tecnologica e vocazione alla sostenibilità ambientale e al turismo. «Sviluppo sostenibile e green economy sono le grandi sfide che tutti dobbiamo affrontare e l’Associazione ci sta mettendo tutto il suo impegno – afferma Andrea Pili, Presidente della Sezione Turismo di Confindustria Sardegna Meridionale – per questo motivo abbiamo voluto fortemente questo progetto: per testimoniare al meglio il nostro lavoro e dare sostegno e stimolo a tutto il settore turistico».Per gli utenti del web è stato lanciato il contest fotografico su Facebook “Click solari”, in cui i partecipanti possono vincere una visita guidata a bordo dell’imbarcazione e incontrare di persona il Capitano e l’equipaggio. I concorrenti devono pubblicare sulla bacheca dell’evento Tûranor a Cagliari le immagini che, secondo loro, rappresentano al meglio il sole e l’energia pulita. Il regolamento completo è pubblicato nella bacheca virtuale dell’evento disponibile al link: https://www.facebook.com/events/447516738603786/. Photo: (sardegnafilieracorta) SUPERBO! A CAGLIARI IL CATAMARANO A ENERGIA SOLARE PIÙ GRANDE DEL MONDO La Tûranor PlanetSolar il 21 luglio al porto di Cagliari nella sua unica tappa italiana. È arrivata nel capoluogo sardo l’imbarcazione dall’aspetto futuristico che gira il mondo alimentata esclusivamente dai suoi pannelli fotovoltaici. Con una superficie esposta di 537 m², ha percorso oltre 60000 km senza consumare un litro di carburante. Il 4 maggio a Monaco, davanti agli occhi del principe Alberto II, la Tûranor ha realizzato un’impresa da record, concludendo il primo giro del mondo a energia solare della storia. Ora è sbarcata a Cagliari, dopo essere stata a Miami, Cancun, Isole Galapagos, Polinesia francese, Brisbane, Hong Kong, Singapore, Bombay, Abu Dhabi e altre località. Martedì 24 luglio alle ore 11 si terrà la conferenza stampa a bordo, in cui il Capitano Eric Dumont e l’equipaggio racconteranno il progetto Planet Solar. Insieme a loro ci saranno personalità del mondo politico regionale, esponenti di Confindustria Sardegna Meridionale e Autorità Portuale di Cagliari, che hanno sostenuto fortemente l’arrivo dell’imbarcazione nel capoluogo sardo. La Tûranor è salpata il 20 luglio dall’isola di Maiorca e ha attraccato al porto di Cagliari la mattina del 21.Il Progetto Planet Solar nasce dalla mente “visionaria” dello svizzero Raphael Domjan ed è stato portato avanti grazie al finanziatore tedesco Immo Ströher e al lavoro di un team internazionale di fisici, ingegneri, costruttori e marinai. L’obiettivo è dimostrare che l’energia solare è una risorsa pulita e illimitata e costituisce un’alternativa concreta al consumo di combustibili fossili.Il nome di battesimo della nave, Tûranor, deriva dalla mitologia del romanzo di J.R.R. Tolkien Il signore degli anelli e significa “Potere del Sole”. Ma i legami con la letteratura non si esauriscono qua: il viaggio è stato intrapreso sulle orme di Phileas Fogg, il protagonista del romanzo di Jules Verne Il giro del mondo in 80 giorni, da cui Domjan e il suo team sono stati fortemente ispirati. Nel sito www.planetsolar.org l’equipaggio ha raccontato le avventure e le sensazioni di questo viaggio intorno all’Equatore, scrivendo così un vero e proprio diario di bordo online e documentando tutto con le immagini pubblicate sul sito.La nave, esemplare unico al mondo, è l’emblema di un mix di innovazione tecnologica e vocazione alla sostenibilità ambientale e al turismo. «Sviluppo sostenibile e green economy sono le grandi sfide che tutti dobbiamo affrontare e l’Associazione ci sta mettendo tutto il suo impegno – afferma Andrea Pili, Presidente della Sezione Turismo di Confindustria Sardegna Meridionale – per questo motivo abbiamo voluto fortemente questo progetto: per testimoniare al meglio il nostro lavoro e dare sostegno e stimolo a tutto il settore turistico».Per gli utenti del web è stato lanciato il contest fotografico su Facebook “Click solari”, in cui i partecipanti possono vincere una visita guidata a bordo dell’imbarcazione e incontrare di persona il Capitano e l’equipaggio. I concorrenti devono pubblicare sulla bacheca dell’evento Tûranor a Cagliari le immagini che, secondo loro, rappresentano al meglio il sole e l’energia pulita. Il regolamento completo è pubblicato nella bacheca virtuale dell’evento disponibile al link: https://www.facebook.com/events/447516738603786/.
Techo Solar: dalla Svezia tegole di vetro per riscaldare la casa I pannelli solari sono ormai da qualche anno una realtà, soprattutto per i nuovi immobili, ma se siete preoccupati dell’aspetto estetico e dei costi, SolTech Energy System offre una novità che coniuga high tech e design. La società svedese specializzata in sistemi di energia rinnovabile, ha creato il Techo Solar®, un progetto di architettura bioclimatica che coniuga valore estetico e rispetto per l’ambiente. Resistente agli agenti climatici, è installabile sia su palazzine ad uso privato che aziendale. Perfetto per gli spazi aperti ma anche per quelli chiusi, è anche un ottimo risparmio in termini di costi, visto che oltre a sviluppare energia per l’edificio su cui è installato, ha anche il semplice compito di proteggerlo dagli agenti esterni. Altamente compatibile con i sistemi di riscaldamento attualmente in uso, è facilmente utilizzabile anche dagli edifici meno moderni; le tegole in vetro infatti possono essere inserite anche solo in integrazione alle tegole in argilla, in questo modo, il Techo Solar funge sia da copertura all’edificio, che da sistema energetico; il tutto in modo veloce ed ecologico, e senza dover rivoluzionare l’architettura dello stabile. A seconda delle condizioni climatiche, dell’angolo e della posizione dell’edificio, ogni metro quadro del Techo Solar può arrivare a produrre circa 350 kWh! Già in commercio in Portogallo, in Spagna gode di cospicue sovvenzioni: fino al 60% sul totale della spesa. Il rendimento del Techo è anche maggiore rispetto a quello dei moderni sistemi di cattura e trasformazione dell’energia solare ad oggi presenti nel Paese. Nel 2010 l’azienda ha vinto il premio come materiale più innovativo dell’anno, alla Fiera Nordbygg, a Stoccolma. Fonte: http://www.tuttogreen.it/tegole-di-vetro-per-riscaldare-la-casa/

martedì 17 luglio 2012

Quando è nata la mafia secondo la leggenda?

Quando è nata la mafia secondo la leggenda? I loro nomi sono buffi, ma Osso, Mastrosso e Carcagnosso sono soggetti su cui conviene poco scherzare. Secondo una leggenda, infatti, i tre sarebbero i fondatori di mafia, ‘ndrangheta e camorra. Fuggiti da Toledo nel 1412 dopo aver vendicato l’onore della sorella, i tre cavalieri spagnoli giunsero nell’isola siciliana di Favignana. Qui rimasero nascosti nelle grotte sotterranee per ventinove anni, undici mesi e ventinove giorni, riemergendo solo all’alba del trentesimo anno per fondare nel Sud Italia società segrete simili alla “garduna”, cui appartenevano in terra iberica. Giuramento Osso, il più pigro, fondò la mafia in Sicilia; Mastrosso si stabilì in Calabria, dove mise in piedi la ‘ndrangheta; Carcagnosso viaggiò fino a Napoli, dove seminò le basi della camorra. Nella garduna, così come nelle sue filiazioni, vigerebbe un codice d’onore e complessi riti di iniziazione e punizione. Come si è scoperto durante le indagini per la strage di Duisburg del 2007, chi si affilia alla ‘ndrangheta giura ancora oggi fedeltà in nome dei tre cavalieri di Toledo, bruciando un santino di san Michele Arcangelo e spillando tre gocce del proprio sangue. Questa origine è tramandata nell’organizzazione criminale con canzoni e musiche. (Le carriere criminali dei boss) FONTE:http://www.focus.it/curiosita/storia

Dalle pitture rupestri a Twitter

Quante sono le tappe fondamentali della storia della comunicazione? Secondo un’infografica pubblicata dal sito Moo non sarebbero più di 20. Venti momenti essenziali di una storia che comincia 30 mila anni Avanti Cristo e culmina oggi nell’era di Twitter CLICCA QUA. Il primo mezzo di comunicazione di cui abbiamo notizia è la pittura rupestre. Poi i pittogrammi, categoria che attorno al 5000 A.C. raccoglie dai geroglifici egiziani ai primi ideogrammi cinesi. Seguono il piccione viaggiatore e la prima rete postale, creata dal re Ciro il Grande attorno al 550 A.C. (una rete lunga 2500 chilometri, con oltre 100 stazioni di posta, presidiate dall’esercito, ndr). In seguito – secondo l’infografica – il testimone viene raccolto da Filippide, il maratoneta greco che viaggiò per oltre 40 Km senza mai fermarsi per annunciare agli ateniesi la vittoria dei greci sui persiani e morì dopo lo sforzo (si tratta di una figura leggendaria, ispirata a messaggeri e soldati). E come dimenticare l’eliografo dell’imperatore Tiberio, in grado di comunicare a distanza usando uno specchio e i raggi del sole? Tutti mezzi di comunicazione creativi e leggendari che precedono l’invenzione della carta in Cina, nel 105 da parte di Tsai Lun il quale utilizzò “vecchi stracci, reti da pesca e scorza d’albero”. L’infografica fa poi un balzo di circa 1500 anni, fino all’invenzione della campana e del primo giornale quotidiano: l’Einkommende Zeitung a Lipsia nel 1650 (stranamente dell’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutemberg non c’è traccia). Altri 130 anni e arriva l’alfabeto di Samuel Morse, seguito a pochi anni di distanza dal telefono (la cui invenzione è attribuita a Bell, senza citare Meucci). E ancora la radio nel 1902 a opera di Guglielmo Marconi e la tv nel 1927. Ma la comunicazione cambia volto definitivamente nel 1969 con l’invenzione delle rete Arpanet, antesignana di internet, nata per scopi militari e in seguito “ceduta” alla comunità scientifica. Da qui a Twitter (2006), passando per il world wide web (che l’infografica fa risalire erroneamente al 1994, mentre è di tre anni prima), i blog, Facebook, Youtube è un attimo. Un’invenzione a distanza ravvicinata dall’altra, mentre in passato lo scarto tra la nascita di un mezzo di comunicazione e quello successivo potevano passare anche diversi secoli. Di eugenio spagnuolo Pubblicato 7 maggio 2012 FONTE:http://www.focus.it/curiosita/storia/

Il petrolio sta finendo? Sì, no, forse.

Il petrolio non si sta esaurendo:lo afferma un recente studio americano. Ma siamo sicuri che sia una buona notizia? di: Franco Severo La notizia è di quelle che, a intervalli più o meno regolari, torna ad occupare le prima pagine dei giornali: il petrolio non si sta esaurendo. Se i consumi continueranno ai ritmi attuali, le riserve del nostro pianeta saranno sufficienti per i prossimi 70 anni. Lo afferma uno studio pubblicato qualche giorno fa dal sito di informazione finanziaria Bloomberg in base agli ultimi dati resi noti dal Servizio Geologico degli Stati Uniti. Secondo gli scienziati dell'ente americano nel sottosuolo della Terra ci sarebbero almeno 2 mila miliardi di barili di greggio che attendono solo di essere estratti. Perforazioni pericolose Ma siamo sicuri che sia una buona notizia? In realtà negli ultimi anni le stime sulle riserve mondiali di petrolio sono diventate più ottimistiche perchè hanno iniziato a considerare sfruttabili anche i giacimenti della Patagonia, quelli Africani della Rift Valley e le sabbie bituminose dell'Alberta, in Canada. Ciò che gli esperti di Bloomberg non quantificano nel loro report è l'impatto ambientale provocato dallo sfruttamento di queste risorse. Tutto esaurito La teoria sull'esaurimento del petrolio è stata formulata per la prima volta nel 1956 da King Hubbert, un geologo della Shell. Hubbert aveva previsto un picco nella produzione di greggio per l'inizio degli anni '70, al quale sarebbe seguito un inesorabile declino. La teoria si rivelò giusta a metà: le riserve di petrolio effettivamente non sono infinite, ma le nuove tecnologie di prospezione e perforazione e il raggiungimento di depositi sempre nuovi, prima considerati inaccessibili, hanno più volte spostato in avanti nel tempo il picco di produzione. L'ultimo record risale allo scorso mese di novembre, quando la produzione mondiale si è attestata sui 90 milioni di barili al giorno. Caccia al greggio Oggi le moderne tecniche di prospezione geosismica permettono di esplorare in pochi giorni vasti tratti di fondo marino: speciali navi sparano nell'acqua fortissime cariche di aria compressa che mandano verso il pavimento oceanico violente onde d'urto. L'analisi del riflesso di queste onde sul fondo permette ai ricercatori di estrapolare dati sulla composizione del sottosuolo. Se la ricerca del giacimento dà esito positivo la trivellazione viene affidata ad altre navi appositamente attrezzate, in grado di perforare i fondali marini fino a 8 km di profondità, in zone dove le classiche piattaforme non sarebbero mai potute arrivare. Ma quindi... quando finirà il petrolio? Difficile dirlo con certezza, anche perchè molti paesi produttori, per esempio i Paesi Arabi, non diffondono informazioni sulle proprie riserve. FONTI: http://www.focus.it
Il petrolio sta finendo , l'immaggine descrive un esplosione nucleare ed una trivella.

giovedì 12 luglio 2012

Tetti freddi

Tetti freddi A volte le soluzioni più semplici sono le più efficaci: secondo un team di scienziati americani e un premio Nobel per la fisica basterebbe qualche secchio di vernice bianca per compensare i danni causati dall’immissione nell’atmosfera di oltre 50 miliardi di tonnellate di CO2. tetti freddi tetti freddi Il sistema più semplice per rallentare il surriscaldamento del pianeta è quello di fermare i raggi solari prima che arrivino sulla superficie terrestre. E visto che strade e tetti delle case ricoprono dal 50 al 65% delle superfici urbane, perchè non sfruttarli per rimandare al mittente la rovente irradiazione solare? BANALE & GENIALE L’idea è venuta ai ricercatori del Lawrence Berkeley National Laboratory, secondo i quali basterebbe verniciare con colori chiari i tetti delle case e le pavimentazioni stradali di tutto il mondo per compensare l’aumento di temperatura causato negli ultimi due anni dalle emissioni di CO2 legate ad attività umane: oltre 56 miliardi di tonnellate secondo i dati della International Energy Agency. Lo studio è stato condotto utilizzando i dati globali sulle caratteristiche della superficie terrestre messi a disposizione dal Goddard Space Flight Center della NASA, che contengono informazioni sulle temperature al suolo, sull’evaporazione e sulla topografia dell’intero pianeta. Secondo gli scienziati la verniciatura con colori chiari aumenterebbe l’albedo, cioè la riflessione dei raggi solari, che in questo modo non surriscalderebbero case, strade e quindi l’aria circostante. I tetti bianchi ridurrebbero quindi anche l’effetto "isola di calore urbana" che arroventa le città durante l’estate rendendole molto più calde delle campagne immediatamente vicine. Non solo: case più fresche richiederebbero un minor impiego di energia per essere condizionate nella stagione estiva. Il risparmio in termini di emissioni di CO2 sarebbe quindi indiretto e legato al risparmio di corrente elettrica. DETTO? FATTO <> afferma Steven Chu, segretario di stato americano per l’energia, premio Nobel per la fisica e direttore per anni dei laboratori di Berkley. Chu, che da anni invoca l’adozione di tetti bianchi, detti anche tetti freddi, lo scorso 19 luglio ha reso nota una direttiva secondo la quale tutti i nuovi edifici pubblici che ricadono sotto la sua sfera di autorità avranno coperture chiare, così come tutte quelle che nei prossimi anni andranno a sostituire le esistenti. Ma quindi... vivremo in un mondo bianco? Soffriremo le allucinazioni tipiche di chi vaga sui ghiacciai? Nel dubbio meglio attrezzarsi con un paio di occhiali da sole. Fonti : www.focus.it
Autostrade a pannelli solari Un ingegnere americano sta progettando uno speciale fondo stradale realizzato con materiale fotovoltaico che potrebbe garantire ottimi risultati in termini di generazione di energia. L’unico problema? É liscio e scivoloso... ma la soluzione è vicina. autostrada solare autostrada solare Saranno gli incentivi pubblici, sarà la crisi economica, sarà una maggior coscienza ecologica, ma i pannelli fotovoltaici stanno, finalmente, diventando elementi piuttosto comuni nel paesaggio delle nostre città. Ma siamo sicuri che i tetti delle case siano il posto migliore dove installarli? Scott Brusaw, ingegnere elettrico di Sagle, nell’Idaho, pensa di no. Secondo lui il fotovoltaico potrebbe dare ottimi risultati se fosse incorporato nel fondo di strade e autostrade. É riuscito a convincere della bontà della sua idea la US Federal Higways Administration, l’ente che controlla la rete autostradale americana, che ha così finanziato la sua ricerca per sviluppare dei pannelli fotovoltaici abbastanza robusti da sopportare il passaggio di auto e tir. VETRO A PROVA DI TIR Brusaw sta lavorando alla messa a punto di pannelli di circa 10 metri quadri l’uno, da unire tra loro mediante un sistema di giunture. Con sole 4 ore di illuminazione giornaliera ogni pannello potrebbe fornire 7,6kWh di energia che potrebbe essere immessa sulla rete elettrica o immagazzinata. Ogni pannello dovrebbe costare circa 8.000 euro: 4 volte il costo della normale asfaltatura. Ma si risparmierebbe sulla segnaletica: i pannelli potrebbero ospitare un sistema di led da utilizzare per comporre scritte e indicazioni variabili direttamente sul fondo stradale. Brusaw e i suoi collaboratori si sentono molto ottimisti e sostengono che se l'intera rete stradale statunitense, circa 120.000 Km2, fosse coperta con questi pannelli, potrebbe produrre in un anno oltre 13.000 miliardi di kWh di energia elettrica: 3 volte il consumo dell'intero paese. Ma è davvero possibile costruire dei pannelli fotovoltaici in vetro capaci di sopportare il passaggio di autobus e camion? Il vetro può essere temperato fino a renderlo duro come l’acciaio, ma la vera sfida è renderlo resistente allo schiacciamento. Brusaw è convinto di poterlo realizzare utilizzando tecnologie simili a quelle impiegate per la costruzione dei vetri anti-proiettile. Si potrebbe per esempio stendere un sottile film di materiale fotovoltaico su una lastra di plastica flessibile e poi laminare il tutto su un robusto strato di vetro indurito. RUVIDO COME IL VETRO? E l’aderenza? Il vetro per essere resistente deve essere il più liscio possibile, ma come la mettiamo con la sicurezza del traffico? Secondo Brusaw il problema potrebbe essere risolto inserendo migliaia di microprismi sintetici sulla superficie del vetro: fornirebbero alle gomme delle auto la necessaria aderenza e aiuterebbero a catturare e indirizzare la luce del Sole. Ma come la mettiamo con olio, polvere, pezzi di gomma e sporcizia varia prodotta dal passaggio delle auto? Non rischierebbe di compromettere l'efficacia e la resa del pannelli? Lo scopriremo tra qualche anno, quando l'ingegnere americano avrà ulteriormente sviluppato la sua idea che al momento è solo un prototipo.

Biogas da stomaci giganti

Biogas da stomaci giganti Raccogliere le alghe e farle fermentare per ottenere biogas è piuttosto costoso e poco pratico. Un ricercatore americano propone una soluzione alternativa che prevede grandi stomaci artificiali che le digeriscono direttamente in mare . Le ricerche che puntano ad utilizzare le alghe come elemento base per la produzione di biocarburanti sono numerosissime. Ma Mark Capron della PODenergy, azienda californiana specializzata nella green tech, ha un approccio del tutto nuovo. La sua idea è quella di piantare delle grandi foreste di kelp, un’alga molto diffusa e utilizzata anche nella cucina giapponese, sulla superficie degli oceani. Queste, una volta cresciute, verrebbero raccolte in enormi stomaci di plastica installati qualche metro sotto il pelo dell’acqua. IL RUTTINO DELLO STOMACO SINTETICO Si tratta essenzialmente di grandi sacchetti dove troverebbero posto frotte di batteri capaci di "digerire le alghe". Da questo processo si otterrebbero 3 sostanze: metano, che verrebbe pompato direttamente a terra per gli usi civili e industriali, CO2, che verrebbe catturata per essere stoccata in depositi geologici, e sostanze di scarto che fornirebbero nutrimento ai pesci. Secondo il ricercatore basterebbe coprire di kelp il 3% della superficie oceanica totale, circa per ottenere biometano sufficiente a produrre 400 milioni di MWh di energia, quanto consuma la California in un anno. E inoltre si eviterebbe di immettere nell’atmosfera più di 100 milioni di tonnellate di CO2, equivalenti a tutte le emissioni annuali del parco auto della Germania. Inoltre, le alghe, fornendo nutrimento per i pesci farebbero aumentare di 200 milioni di tonnellate l’anno il volume del pescato e ciò basterebbe a soddisfare per 12 mesi le richieste dell’intero continente africano. Ciò che Capron non spiega nel suo studio è cosa potrebbe accadere al clima e all'ecosistema marino se il 3% degli oceani (circa 1.000.000 di Km2) fosse ricoperto da alghe. Fonti: www.focus.it