domenica 20 gennaio 2013

Pesce del mese ( Cernia)

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Cernia


(Epinephelus guaza)

Caratteristiche
È un bel pescione, robusto e possente, dal corpo ovale, compresso ai lati e dalla testa imponente. La mascella inferiore è leggermente prominente rispetto a quella superiore e le labbra sono carnose e molto evidenti. I denti sono lunghi e aguzzi e sono disposti su entrambe le mascelle. Il preopercolo ha il margine posteriore dentellato e l’opercolo tre corte spine. Le scaglie sono piccole e sono presenti anche sul capo e sulla mascella inferiore. La pinna dorsale è lunga e divisa in due parti: la parte anteriore è dotata di robuste ed acuminate spine, la posteriore ha raggi molli. Le pinne pettorali sono larghe e la pinna caudale è arrotondata. La pinna anale è poco evidente ed è simile, anche come grandezza, alla seconda parte della pinna dorsale.
Il dorso è bruno, i fianchi sono leggermente chiari e il ventre è giallastro, come la parte esterna delle labbra. Capo, dorso e fianchi sono marezzati di giallo, di bianco o di arancione, a seconda degli esemplari. Le pinne sono scure e hanno il margine più chiaro. L’esemplare qui descritto è la Cernia tipo, ma in realtà la colorazione di questi pesci varia moltissimo in funzione dell’habitat in cui vivono. La Cernia è infatti dotata di un mimetismo accezionale ed il suo colore può assumere tonalità verde scuro se il fondale dove abita ha molte alghe, oppure quasi nero se frequenta grandi antri, o addirittura bianco se si trova sulla sabbia.
La Cernia può arrivare a un metro di lunghezza e a una sessantina di chilogrammi di peso. Si riproduce in estate, quando abbandona gli abissi per risalire verso la costa. E’ carnivora e si nutre di molluschi, di crostacei e di pesci. Il suo piatto preferito è comunque rappresentato dal polpo, che insegue con ferocia e accanimento. Quando ne vede uno non gli dà tregua e a morsicate gli toglie a uno a uno i tentacoli, fino a quando il poveraccio non può più tenersi aggrappato alle rocce e viene inghiottito in un solo boccone. Per catturare i pesci per il pranzo, invece, la Cernia usa un sistema abbastanza singolare, ma decisamente comodo, da grande pigrona che è. La sua mole, di solito imponente, la condiziona non poco e poi non è dignitoso correre dietro ai pinnuti più piccoli, nemmeno se si ha fame. Allora la cernia adotta un sistema di caccia tutto suo: si sceglie un buco che si affaccia magari su uno strapiombo frequentato dai piccoli pesci di passo ed aspetta acquattata nell’ombra. Quando un pesciolino sprovveduto le passa a tiro, ignaro del pericolo, apre la sua enorme bocca ed aspira l’acqua come un’idrovora, succhiando letteralmente la preda nelle sue fauci.
Dove vive
La Cernia è la regina delle scogliere, il sovrano incontrastato delle ciclopiche cadute di massi che si accavallano verso il fondo, il solitario guardiano delle cattedrali sommesse, l’astuto abitante dei meandri più inaccessibili di una parete rocciosa. Vive sempre a contatto del fondo tra i dieci e i quattrocento metri di profondità, ovunque ci siano tane e tanta pace. È comunque in tutto il Mediterraneo e solo occasionalmente è presente nell’Atlantico orientale, raramente, comunque, più a nord del Golfo di Biscaglia. Il rumore della superficie le dà fastidio, l’altalena delle onde la infastidisce, la luce del sole la sgomenta. Per questo non abbonda mai la pace ovattata degli abissi, dove la risacca non arriva e dove la penombra soffoca i colori e la protegge.
L’inverno lo passa chissà dove, lontano dalla costa, a quote veramente abissali, probabilmente alla base delle platee continentali. D’estate, invece, emigra in senso verticale e viene a popolare le nostre coste rocciose, sempre rimanendo a profondità considerevoli. Sembra che l’optimum sia fra i trenta e i cinquanta metri. Durante la bella stagione, infatti, è difficile avvistare Cernie oltre i cinquanta metri di profondità.
A parte l’emigrazione stagionale in senso verticale, la Cernia è un pesce stazionale, cioè che ama frequentare sempre gli stessi luoghi. La Cernia si sceglie una zona di caccia, vi pone al centro una dimora fissa e non se ne allontana mai. Inverno a parte, naturalmente. L’estate successiva, però, siate certi che la Cernia tornerà ad occupare la stessa tana dell’anno prima. A meno che qualche subacqueo, o qualche amo di profondità non glielo impedisca in modo brutale.
La Cernia frequenta due tipi di tana, ben distinti l’uno dall’altro: la tana fissa, cioè quella residenziale, per lo più inviolabile da chiunque, e quella di posta, cioè quella adoperata per cacciare o per sfuggire momentaneamente a un improvviso pericolo. Le due tane hanno caratteristiche differenti: la prima è profonda, un nero cunicolo che penetra nella montagna e che quasi sempre si dirama in diversi corridoi che sfociano di frequente in una sala comune; la seconda è più semplice, è una grotta abbastanza agibile con due o più aperture e si affaccia, di preferenza, su una scogliera a picco, battuta dalle correnti e situata in un luogo di passaggio. Possono essere adatte ampie gallerie sommerse, crepacci che affondano in una parete, volte di pietra nascoste sotto scogli imponenti. Tutte queste tane, comunque, sono di solito situate a poche decine di metri di distanza dalla tana principale che, come abbiamo detto, non viene mai persa di vista dal furbo e corpulento pescione. In una costa frastagliata e dirupata, la Cernia andrà a vivere dove i fondali sono più profondi e le correnti più sensibili. Così, sarà meglio andarla a cercare sulle punte dei promontori, alla base di terrazze degradanti, intorno a un’isoletta che si erge dal fondo a qualche centinaio di metri dalla riva o sulle secche tormentate che si innalzano dagli abissi in alto mare. Le frane sommerse, dove i massi e le pietre si accavalcano gli uni sulle altre sono il suo habitat ideale, perché costruiscono una vera e propria rete di cunicoli in contatto tra loro e visibili dall’esterno, dove la Cernia può scomparire e ricomparire in acque libere a parecchie decine di metri di distanza. Le tane delle Cernie hanno, del resto, caratteristiche particolari da costituire una rarità anche fra i pinnuti. Infatti, capita sovente di catturare una Cernia e di tornare dopo qualche giorno a visitare la stessa tana. Nell’antro, non sarà difficile scovare un altro esemplare, più o meno dello stesso peso del primo, che non ha perso tempo ad occupare l’alloggio rimasto vuoto. La tana di una Cernia, insomma darà sempre i suoi frutti, anche a distanza di anni. E ben lo sanno i cacciatori esperti, che tengono gelosamente segreti gli indirizzi giusti, andandoli a visitare almeno un paio di volte per stagione.
La Cernia è un animale solitario. Le piace dormire da sola, mangiare da sola in zone particolarmente tranquille. E’ raro vederne parecchi esemplari riuniti in gruppo: tre o quattro individui più o meno della stessa mole. Vuol dire che il luogo è particolarmente ricco di cibo e che i pesci non si danno fastidio tra loro. In questo caso possono anche abitare nella stessa tana, ma ogni Cernia, fedele al suo spirito individuale, sceglierà sempre lo stesso angolo della caverna per riposare o digerire in pace, quasi ignorando la presenza delle compagne. Le praterie di posidonie l’attraggono solo quando sotto le erbe ci sono scogli e tane in grado di fornire un sicuro riparo, mentre non le dispiacciono affatto i fitti boschi di gorgonie, che si riproducono e nascondono con i loro ampi ventagli le aperture di grandi spaccature della roccia, che spesso la nascondono alla vista delle prede. La sua mole imponente e le sue abitudini cavernicole la mettono infatti al sicuro da qualsiasi altro pesce animato da cattive intenzioni, squali compresi.

Che cos’è l’arsenico e quali sono i suoi effetti nocivi

La commissione europea di recente ha deciso di non concedere ulteriori deroghe all’Italia, imponendo il rispetto del valore massimo previsto di 10 microgrammi per litro di arsenico. Per l’UE nell’acqua di 128 comuni italiani c’è troppo arsenico con possibili rischi per la salute, soprattutto per i bambini.

L’arsenico è l’elemento chimico di numero atomico 33, il suo simbolo è AS ,è un semimetallo,può essere di colore giallo, nero o grigio, e ha la caratteristica di sublimare facilmente,passando dallo stato liquido a quello aeriforme.

I suoi composti trovano impiego come pesticidi, erbicidi,insetticidied è usato anche in alcune leghe metalliche.

In passato l’arsenico ha trovato migliaia di impieghi: dall’impregniante per il legno da costruzione il CCA, che ancora oggi è difficile da smaltire,ai pesticidi per alberi da frutto cioè l’arseniato di piombo che causava danni neurologici ai contadini.

In epoca vittoriana si usava per i cosmetici.Oggi l’arsenico di galio è un semiconduttore più efficiente del silicio, usato per costruire i pannelli fotovoltaici.

Molti dei suoi composti sono dei veleni molto potenti,l’arsenico uccide danneggiando il sistema digestivo e il sistema nervoso e portando l’intossicato alla morte per shock.

I composti contenenti rsenico sono cncerogeni, in prticolare sono tra le cause del cancro alla vescica, di quello mammario e di alcune neoplasie della pelle.

L’esposizione cronica all’arsenico ha effetti multipli sulla salute: riduce le difese antiossidanti dell’organismo, provoca stress nell’ambiente intracellulare e può attaccare e spezzare i filamenti di DNA.

Si sospetta che illustri omicidi del pssato come quello di Napoleone siano stati consumati con l’ausilio dellarsenico, perchè i sintomi dell’avvelenamento erano difficili da riconoscere fino all’ideazione del test di Marsh del 1836, molto sensibile in grado di rivelarne le presenza nei tessuti.

Attualmente la soglia massima di Arsenico tollerabile nell’acqua potabile stabilita dall’OMS, è di 50 parti per miliardo, raccomandazione necessaria poichè in molti sottosuoli è presente arsenico di origine naturale rilasciato dai sedimenti nelle acque di falda.

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Fonte: http://pianetablunews.wordpress.com/2013/01/03/che-cose-larsenico-e-quali-sono-i-suoi-effetti-nocivi/

INTERNET NEGLI ULTIMI DIECI ANNI !!!

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Internet: cosa è cambiato in dieci anni


Vi ricordate come usavate internet dieci anni fa? Quali erano i vostri siti preferiti e quanto tempo dedicavate alla navigazione? Tra il 2002 e il 2012 la rete ha subito cambiamenti epocali. Non solo in termini di crescita del numero degli utenti, passati da 569 milioni a 2 miliardi e 270 milioni. È soprattutto il nostro modo di rapportarci al web che non è più lo stesso, come rivela questa infografica (vedi immagine sotto, cliccaci sopra per ingrandirla).

Nel 2002 passavamo in media 46 minuti al giorno online, oggi almeno 4 ore. I siti sono passati da 3 milioni a 555 milioni, ciascuno di noi usa un browser diverso (nel 2002 tutta la navigazione era affidata ad Internet Explorer) e scaricare un Mp3 richiede più o meno 18 secondi, mentre 10 anni fa, con un modem a 56k, ci volevano più di 12 minuti. E non solo. Oggi tutto è social network, lo testimoniano i 900 milioni di utenti di Facebook. Una cifra che Friendster, la rete sociale nata nel 2002, non poteva certo immaginare.
L’infografica mostra anche che fine hanno fatto le aziende che nel 2002 dominavano la scena ma non hanno saputo affrontare l’innovazione. Il caso più eclatante è quello di Blockbuster, la catena di noleggio di dvd che ha avuto diverse opportunità di acquistare il sito Netflix, specializzato nella distribuzione di film online, ma non le ha colte. Risultato: oggi Netflix domina la scena e Blockbuster è finito in bancarotta. Lo stesso è accaduto alla catena internazionale di librerie Borders che a suo tempo ha rifiutato di passare al commercio online, forte nel 2002 di una rete di 1249 negozi. Che però nulla hanno potuto contro l’avanzata degli ebook.

Processi cognitivi e i meccanismi dell'attenzione

I processi cognitivi e i meccanismi dell'attenzione

WWW.focus.it

A partire dagli anni Novanta, si sono diffuse nei laboratori le tecniche di imaging, che permettono di visualizzare in diretta che cosa fa il cervello quando comanda al corpo di muoversi, quando si pensa o si ricorda qualcosa e così via. Questi studi hanno consentito di tracciare mappe sempre più precise, che mettono in relazione l'esecuzione di compiti di diverso tipo con l'attività di specifiche popolazioni di cellule nervose. Le tecniche più note sono la tomografia a emissione di positroni (PET) e la risonanza magnetica funzionale (fMRI). Entrambe sono usate anche per scopi medici, perché permettono di fare diagnosi più precise delle malattie neurologiche, di individuare le cure più efficaci e di monitorare le terapie, modulandole in base all'effetto che sortiscono.



Macchina per la tomografia a emissione di positroni. Nel riquadro, la rilevazione dell'attività cerebrale.